ImmagineQuando realizzi che l’esterno l’hai creato tu, che sei tu a contenere il mondo e non viceversa…quando ricordi che tutto quello che vedi, che ascolti, che tocchi, è frutto della tua creazione, non puoi più averne paura..(…) il mondo è un chewing gum, prende la forma dei tuoi denti.

La Scuola degli Dei

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Monsieur gennaio 2013 “Conosci te stesso”

Il mese di gennaio, col quale inizia ogni nuovo anno, deve il suo nome a Janus, o Giano bifronte, il dio che la mitologia romana raffigurava con due facce contrapposte, l’una rivolta al passato e all’anno trascorso, l’altra rivolta al futuro. Figura mitica emblematica in bilico tra due abissi di tempo, capace di contemplare passato e futuro, senza appartenere né all’uno né all’altro.
Le porte del grande tempio dedicato a Giano, chiuse in tempo di pace, si spalancavano e restavano aperte in tempo di guerra. Anche questa funzione assegnata al dio è un riflesso della coscienza divisa tra il sì e il no che da sempre si combattono dentro di noi, e il nostro pensiero conflittuale che non sa esprimere il superiore se non
attraverso la negazione del sottostante, attraverso il suo opposto: l’infinito attraverso il finito, l’immortalità attraverso la morte, e così l’impeccabilità, l’invulnerabilità. Tutta la nostra scienza nasce anch’essa dalla contrapposizione di due concetti: vero e falso (filosofia), buono e cattivo (etica), bello e brutto (estetica) che
è infine il modo stesso in cui la nostra mente funziona per capire il mondo. Un po’ come ottenere una scintilla per effetto dello strofinio di due selci tra le mani di un selvaggio. O se vogliamo scegliere una metafora più moderna, come la logica binaria rappresentata dai bit di un computer. Non deve quindi sorprenderci se per effetto di questa innata bipolarità, che il mito rappresenta con il Giano bifronte, il mondo si presenta come il fedele riflesso del nostro pensiero conflittuale. Guerre, divisioni di ogni tipo e antagonismi tra razze, culture, religioni hanno dato, e in misura addirittura crescente continuano a dare forma al nostro mondo.
Anche quest’anno, come tutti gli anni, per settimane siamo stati sommersi da ogni sorta di vaticini e profezie che vorrebbero assolvere al rituale di predire cosa il futuro ha in serbo per noi, quali eventi sono già in marcia per venirci incontro sul tapis roulant della storia della specie e della nostra esistenza d’individui. Sociologi, politici, giornalisti e maître-à-penser,lettori di auspici e di sfere di cristallo hanno assunto il ruolo dei nove
auspici di Roma che avevano il compito ufficiale di osservare gli uccelli e trarre vaticini dai loro voli.
Tutte le civiltà, antiche e moderne hanno esaltato la divinazione e la profezia. L’uomo, messo faccia a faccia con l’ignoto, col fiato sospeso sul filo della sua precarietà, ha da sempre cercato di sopire le sue paure del futuro imbrigliando il tempo con la falsa sicurezza di piani e previsioni. E le moderne tecniche che con i loro modelli matematici frugano nelle viscere dei computer per comprendere il futuro non sono sostanzialmente differenti dalle pratiche delle culture arcaiche esercitate con l’ispezione degli organi delle vittime sacrificali. Il fine è lo stesso: esorcizzare l’ignoto sostituendolo con una più rassicurantedescrizione di un mondo pianificato e finalmente posseduto. I pellegrini, inclusi re, imperatori e grandi condottieri, che per tutta l’antichità venerarono e credettero nell’oracolo di Delfi, attraversavano spesso grandi distanze e affrontavano disagi e pericoli per chiedere al dio del loro futuro, e arrivati, trovavano scritto sul timpano  del tempio: “Conosci te stesso”.  Come a dire : che cosa vieni fin qui a fare? Vuoi sapere del tuo futuro? Chiedilo a te stesso.
In questo paradosso, apparentemente beffardo, scolpito sul tempio dedicato alla divinazione, gli antichi greci racchiusero il segreto del rapporto tra realtà esterna e mondo interno, tra la psicologia di un uomo e gli eventi e le circostanze della sua vita. L’uomo che conosce se stesso, che è consapevole del flusso di pensieri, d’idee, di emozioni, di sensazioni e intuizioni che gli scorre dentro come un fiume inarrestabile, conosce il suo futuro. Thinking is Destiny. Egli sa che la sua psicologia è il suo destino.
Il mondo è la proiezione del nostro essere.
È così perché l’uomo è così. E le guerre e i conflitti del pianeta non sono che la materializzazione della guerra che ci portiamo dentro. Un abitante del mondo su tre soffre di disordini dell’alimentazione, obesità e diabete sono endemici. Il suicidio è diventato la terza causa di mortalità giovanile.
L’inquinamento non trova soluzione e il numero delle persone in prigione è aumentato di quattro
volte negli ultimi 20 anni, con gli Stati Uniti in cima alla classifica con 1,6 milioni di detenuti.
Eniente è più facile e sicuro che prevedere che se l’uomo resta tale i millenari mali del mondo resteranno tali. Non li abbiamo risolti nell’età della pietra e non ce l’abbiamo fatta nell’età digitale, avendo a disposizione energia atomica e Internet. Non c’è bisogno di andare a Delfi e interrogare il dio per conoscere il futuro di una specie fatta di esseri divisi, irascibili, malevoli che hanno usurpato il titolo di homo sapiens, che si trattano così male da aver fatto dell’auto distruttività una sindrome planetaria.
C ’è un buco nero nel cuore dell’uomo.Da questo, come da un vaso di Pandora, scaturiscono tutte le sventure planetarie.La radice, la causa primaria dei problemi del mondo è l’insondabile abisso delle nostre emozioni negative. Per cambiare il suo destino, l’umanità deve affrontare una rivoluzione del pensiero: abbandonare obsoleti schemi mentali, trasformare emozioni ancora appartenenti alla sua zoologia, sovvertire convinzioni e idee di seconda mano. È possibilesradicare la povertà e la fame, creare lavoro per tutti, trasformare in amici i nemici più accaniti, avere un pianeta pulito. Sì, possiamo nutrire questo sogno per il mondo e realizzarlo.
Ma questo non accadrà nel2013 né nell’arco della nostra vita, e probabilmente richiederà centinaia di anni. Ma non sarebbe un grande sogno quello di mettere mano a un tale progettoda subito? Per farlo occorrono uomini non ricattati dal tempo. La nostra civiltà ha saputo forgiarli questi visionari, questi utopisti pragmatici, questi pazzi luminosi che hanno dedicato ogni loro respiro a questo ideale, altrimenti non saremmo qui. La fine della nostra civiltà ci metterà un po’ più di tempo a compiersi ma è già cominciata, da quando abbiamo smesso di produrre le cellule intelligenti del mondo, leader impeccabili, guidati da etica e integrità. Dobbiamo generarli di nuovo, trovarli ed educarli, uno a uno. L’educazione di massa, le scuole e le università che conosciamo non possono farlo. Occorrono scuole dell’essere.
Stefano D’Anna
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Il Piccolo Principe

Gli uomini comuni, così come li conosciamo, sono simili ai solitari abitanti degli asteroidi visitati dal Piccolo Principe. Ognuno di essi è solo, chiuso nel proprio mondo, prigioniero del proprio ruolo. Sigillato in una bolla di vanità e egocentrismo, è ipnotizzato senza via d’uscita dal concetto del lavoro come attività dolorosa, svolta con fatica. Fa ciò che non ama, in tempi, luoghi e con persone che non ha scelto.
Nel famoso romanzo di Saint-Exupery, viene rappresentato, tra le altre cose, un ritratto vivido e crudelmente satirico dell’avidità e della cupidigia umana nel condurre gli affari. Quando il Piccolo Principe lascia il suo minuscolo pianeta per esplorare l’universo, uno degli asteroidi che visita appartiene a un uomo di affari – uno dei personaggi più emblematici mai creati per descrivere l’assurdità e la ridicolaggine della condizione umana.
Quando il Piccolo Principe lo incontra, l’uomo d’affari è incessantemente impegnato a contare le stelle che pensa di possedere. Desidera venderle e ricavarne un profitto per comprare più stelle. Il principe tenta di spiegargli perché non può possedere le stelle: Un uomo può possedere solo ciò di cui è responsabile e ciò che ama e di cui si prende cura. Per questo motivo, l’uomo di affari non poteva possedere le stelle. (Stefano D’Anna, da “Il passato è polvere”)

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La Bella Addormentata

C’è una fiaba che tutti conosciamo col nome di ‘La Bella addormentata nel bosco’, ma il cui titolo originale era ‘La belle au bois dormant’: la bella nel bosco addormentato. Questa differenza nel titolo può sembrare un dettaglio insignificante, ma come in tutte le grandi fiabe che l’umanità ha tramandato per generazioni, esso nasconde un tesoro di conoscenze segrete. Il bosco addormentato è il simbolo del mondo come ci è stato descritto – afflitto da povertà e conflitti e sigillato in un sonno ipnotico. La Bella rappresenta la volontà. Se la volontà è intorpidita, o peggio sepolta, come possiamo osservare in gran parte della specie umana che non ha individualità né originalità, entriamo a far parte del bosco addormentato – della massa. Nell’uomo ordinario la volontà non è assente ma soffocata sotto strati e strati di zavorra mentale e emozionale. Egli è trasportato verso una destinazione sconosciuta, e nei suoi occhi possiamo leggere una riluttanza a fare qualsiasi sforzo per uscire da tale condizione o per ricercare la propria unicità. Dalla scuola, dai genitori, dai maestri di sventura, l’uomo ha ricevuto un’uniforme psicologica, nonché una descrizione dettagliata
del mondo, che lo rende uguale a tutti gli altri. Nessuno lo ha messo in guardia dal fatto che
uniformity is mediocrity.

La Storia della Bella Addormentata è la dichiarazione di un risveglio del sé, e del “sogno”. E’
l’annuncio di una generazione di giovani capaci di sovvertire i vecchi paradigmi e di entrare in una nuova visione della realtà. La morale della favola è che l’unico aiuto che un uomo può dare agli altri è quello di svegliarsi da quel sonno e non perdersi nel bosco addormentato.

by Stefano D’Anna

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Ritorno ai Vecchi Racconti e fiabe (terza parte, da IL PASSATO E’ POLVERE)

Rimuginando questi pensieri, mi sono reso conto dell’assurdità del fatto di raccontare ai nostri figli una storia fatta di orrori, governata dal caso e dalla criminalità.
Noi dobbiamo cancellare il passato criminale o, per lo meno, vergognarcene, e assicurarci di
nasconderlo ai nostri figli e con esso, la memoria di tutti i criminali e i “piccoli grandi uomini” che la vecchia umanità ha trasformato in esseri leggendari e tramandato come benefattori ed eroi.
Le guerre, i conflitti, e ogni sorta di malvagità di cui la nostra storia è così ricca, sono stati accettati come eventi naturali e inevitabili, e nessuno si è mai ribellato all’idea di tramandarli ai nostri figli.
Questo è il risultato di un sistema di credenze e di aspettative che è diventato universale.
Sarebbe decisamente meglio raccontare loro che il passato è polvere e insegnare loro che basta un soffio per farlo svanire nel nulla.
Dovremmo ricominciare a raccontare loro i miti, le leggende e le vecchie favole che appartengono all’arte dei misteri. L’arte di rivelare e al contempo nascondere. Nei miei studi e nella mia ricerca di una spiegazione della condizione disperata in cui da sempre versa l’umanità, ho scoperto che c’è molta più verità nelle favole e nelle parabole che non nella storia. In particolare, ho scoperto le idee più illuminanti e di maggior ispirazione in alcune leggende e storie per bambini come quelle qui sotto riportate.
L’Educazione di Buddha
Esiste una leggenda circa l’educazione del giovane Buddha e che rimane ancora oggi una delle storie più istruttive che sia mai stata tramandata. Potrebbe addirittura ispirare il nostro sistema scolastico, a partire dalle scuole elementari.
Il padre di Buddha decise di proteggere suo figlio da qualsiasi messaggio di degradazione, dal concetto di limite e perfino da qualsiasi racconto, scena o notizia di crimini o orrori, fossero essi relativi a periodi storici o relativi al tempo corrente in cui vivevano. Si assicurò personalmente che il giovane principe fosse costantemente circondato da gioia, bellezza e benessere. A questo fine, cambiava regolarmente i membri della corte e sceglieva con attenzione i servi che accudivano suo figlio. Essi avevano l’ordine di filtrare ogni notizia del mondo e di non permettere che neppure un atomo di negatività raggiungesse il principe. Lo stesso padre, il Re, si truccava e si tingeva i capelli e la barba per evitare che i concetti di malattia, invecchiamento e morte potessero entrare a far parte della visione del giovane Buddha. Suo padre aveva capito l’importanza di trasmettere al figlio una descrizione quanto più alta possibile del mondo ed era consapevole della forza degli effetti che le credenze hanno sul corpo e sulla mente.
Il suo grande merito è di aver saputo concepire una educazione all’immortalità, e una scuola in cui il giovane Buddha fosse addestrato a vivere per sempre. Questo re, per il fatto di aver sognato un mondo in cui malattia e invecchiamento erano banditi, libero da ogni conflitto e malvagità, e per aver fatto ogni sforzo per proteggere il proprio figlio da tutto questo, fino a quando gli fosse stato possibile, dovrebbe essere celebrato come uno dei grandi padri dell’umanità abbia mai conosciuto, e uno dei pionieri più coraggiosi dell’intera storia dell’educazione umana.
Non è per caso che la tradizione lo ha fatto Re, e uomo reale/regale. Nell’Olimpo dei grandi eroi, il suo mito merita un posto a fianco di Prometeo.

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Un falso futuro (seconda parte da IL PASSATO E’ POLVERE)

Esiste un impulso viscerale nell’uomo che vuole far sopravvivere e perpetuare il passato, al punto che si potrebbe quasi dire che l’umanità non ha davanti a sé un vero futuro, ma solo un passato che si ripete, che ci mettiamo illusoriamente davanti sotto la falsa parvenza di futuro. Non sono l’esperienza e il ricordo di errori passati che possono trasformare l’umanità o cambiare il suo destino. Possiamo anzi affermare che l’umanità non ha mai imparato nulla dal ripasso di quest’interminabile susseguirsi di disastri. Questa incapacità di imparare dalla storia spiega perché, attraverso i millenni, la nostra civiltà è stata costantemente contraddistinta da un destino così terribile, e il perché non esistono sogni. Non c’è un solo film o romanzo che tracci un quadro ottimistico del futuro della nostra specie, ma solo distopie, visioni apocalittiche e profezie di sventura. I temi esplorati da Aldous Huxley in Il Mondo Nuovo, da Orwell in 1984, da Ayn Rand in Inno, o in film quali Blade Runner, sono profezie di una società totalitaria e di soppressione dell’ individualismo.

Le nostre predizioni sono proiezioni delle nostre paure, dei nostri incubi di tirannie psicologiche in grado di contare ogni nostro respiro, e di un mondo governato dal potere oppressivo dei grandi apparati di produzione e di monopoli planetari.
Guardando agli eventi storici da una prospettiva più alta, ci si rende conto che le guerre e le rivoluzioni, le crociate e le persecuzioni, l’ascesa e la caduta degli imperi non sono altro che la proiezione materiale della nostra immaginazione negativa e delle profezie più tetre che si avverano per il fatto stesso che sono state annunciate. E’ ora di riconoscerle per quello che sono: immondizia sfuggita a una scopa cosmica.
Noi possiamo cambiare il nostro destino. Possiamo persino rivisitare il nostro passato e cambiare la nostra storia. Tuttavia le masse non possono farlo. Solo l’individuo è in grado di farlo, attraverso la propria trasformazione.

Il nostro amore e la nostra attrazione morbosa per tempi ormai passati e sepolti ci porta ad insegnare ai nostri figli a inscatolare fenomeni come letteratura, arte e musica ed etichettarli in correnti artificiose di pensiero e epoche, con una indiscussa e osserviente devozione alla storia come rappresentazione del nostro passato criminale.

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La Storia – Maestra di vita?

(… continuo da IL PASSATO E’ POLVERE..)
Sin dall’infanzia ci portiamo dietro un timore reverenziale per la storia, per i tempi andati e per il passato in generale. In tutte le scuole del mondo, quasi per effetto di una cospirazione planetaria, i curricula scolastici impongono una materia obbligatoria il cui scopo è quello di mantenere viva la memoria di tutte le guerre, rivoluzioni, massacri e ogni sorta di malvagità perpetrata da uomini nei confronti di altri uomini, fazioni contro altre fazioni, nazioni contro altre nazioni. I conflitti, altro non sono che l’effetto della mente conflittuale dell’uomo, nonché del suo istinto predatorio che la Storia contrabbanda come sete di libertà, giustizia, pace, eguaglianza e, troppo spesso, giustifica nel nome di Dio.
So che la maggior parte delle persone, nel tentativo di salvare alcuni brandelli della vecchia visione, obietterebbero che senza queste memorie non potremmo evitare di commettere di nuovo gli stessi errori del passato. Cosa pensare di una seconda guerra mondiale che ha seguito a ruota la prima guerra mondiale ripresentando gli stessi orrori in meno di una generazione.
In realtà, la storia dell’uomo altro non è che il racconto di una visione criminale, la materiale
proieazione della sua parte più vile. Ricordare, memorizzare ai giovani questa serie infinita di crimini, come difatti tutte le scuole del mondo insistono nel fare, serve solo ad inquinare le nostre menti – e in particolare quelle dei più giovani. (prima parte)

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